Lascio il Sud Sudan, e per la prima volta dopo 12 anni sul campo ho il terrore addosso.
Non mi era mai, mai, mai successo prima.
Il Sud Sudan è sull’orlo di una guerra civile. Magari non scoppierà quest’anno o il prossimo, ma c’è troppa ingiustizia, troppi conti aperti, troppo odio nel cuore delle persone. Scoppierà.
E sarà un bagno di sangue.
Sono stato minacciato. Braccato fisicamente. Tenuto in fermo per ore. Non ho mai paura, 12 anni trascorsi in prima linea, a combattere il Potere, anche a grande rischio personale, ma stavolta ho provato il lampo del terrore. Finora ho sempre corso rischi deliberati: ho scelto ogni singola battaglia. Ma stavolta la minaccia ci è piombata addosso inattesa, solamente perché siamo stranieri in un Paese senza leggi.
Non è la minaccia a spaventarmi. È la sua gratuità.
E ora me la sento addosso, questa patina. Uno strato di sudiciume che mi ricopre dalla testa ai piedi. Il palmo della mano di un gigante che mi comprime il petto. Una corona che mi cinge le tempie. Dimora nella mente, la paura, ma si esprime sulla pelle, nella fragilità dei tuoi confini umani. Si incunea negli occhi, stringe la pupilla, rende lo sguardo rapace, avido di rassicurazioni. Si stempera nell’udito, le orecchie alla costante ricerca di uno schiamazzo, un ordine, un monito di qualsiasi tipo. Mi passerà. Devo esorcizzarlo, questo trauma. Gestirlo, come quelli passati. Il tempo guarisce tutto, anche le ferite invisibili.
Ma per ora me le porto addosso.
Sono sporco della bruttura del mondo.
ATTENZIONE. Ho scritto questo aggiornamento 10 giorni fa, ma lo pubblico solo dopo il ritorno di Giovanni, che si è fermato in Sud Sudan più a lungo. La Missione di ricognizione è andata a buon fine. Siamo professionisti capaci di gestire il rischio. Non preoccuparti per noi. Costruiremo la Scuola. Ma per ragioni di protezione, ho scelto di raccontare l’episodio in questione a distanza di sicurezza. Non ci arrendiamo. Resta con noi!
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