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mercoledì 2 luglio 2025

Mantenere le promesse.

 




Mantenere le promesse.
E mentre gli occhi del mondo sono puntati sul matrimonio di Bezos a Venezia, con Lauren Sánchez, noi vogliamo parlare di lei. Di MacKenzie Scott, la prima moglie di Bezos, laureata a Princeton nel 1992, dove ha studiato con la grande #ToniMorrison. Una donna già potente e con grandi progetti ben prima del matrimonio col fondatore di Amazon, da cui sono nati/e quattro figli/e ed è durato dal 1993 al 2019.
Lei è una delle donne più ricche del mondo.
Nel 2019 fa una cosa straordinaria.
MacKenzie firma il #GivingPledge: una promessa che implica la donazione di oltre la metà della sua #ricchezza durante la propria vita o nel proprio testamento.
E sta mantenendo le promesse: ha già donato 19,3 miliardi di dollari a più di 2.450 organizzazioni no profit che affrontano le sfide più pressanti della società: uguaglianza razziale, diritti #LGBT, progetti per le #donne, mobilità economica, sanità pubblica e cambiamento climatico.
Sta cercando di ridistribuire una fortuna che “è stata consentita da sistemi che hanno bisogno di cambiamenti”. Così ha detto.
Fino a quando le riforme fiscali non imporranno ai miliardari un contributo equo, l’esemplare generosità di MacKenzie Scott merita tutta la nostra attenzione. Qualunque cosa si possa pensare di lei, quello che sta facendo è davvero potente. Risignificare il denaro.
Simbolicamente e non. Grande.

Hai mai sentito parlare di offloading cognitivo?

 


La parola

Hai mai sentito parlare di offloading cognitivo? Si tratta dell’espressione con cui si indica l’atto del delegare a un supporto esterno, come un’intelligenza artificiale, ciò che normalmente viene fatto dalla mente umana. Un’esternalizzazione del pensiero critico, in sostanza.
Il MIT Media Lab ha analizzato questo fenomeno nel recente studio "Your brain on ChatGPT: Accumulation of cognitive debt when using an AI assistant for essay writing task”. L’obiettivo? Capire cosa succede nel cervello umano quando si scrive un testo con l’aiuto dell’AI.
I ricercatori hanno coinvolto 54 studenti e studentesse, la cui attività cerebrale è stata monitorata con un encefalogramma. Divisi in tre gruppi, hanno eseguito lo stesso compito – redigere un testo – ma con tre modalità diverse: in completa autonomia, utilizzando i motori di ricerca tradizionali e sfruttando un chatbot. Alla fine, è stato valutato quanto ricordavano del contenuto e quanto si sentivano coinvolti nel processo di scrittura.
I risultati parlano chiaro soprattutto rispetto alle persone appartenenti al gruppo a cui è stato chiesto di utilizzare l’IA:
  1. Connettività cerebrale ridotta fino al 55% rispetto a chi invece ha eseguito il compito facendo affidamento unicamente sulla propria creatività;
  2. Difficoltà a ricordare il contenuto dei propri scritti, solo il 16% degli appartenenti al gruppo è stato in grado di citarlo;
  3. Bassa percezione di ownership del testo, con una conseguente riduzione del senso di responsabilità rispetto alle scelte logiche, linguistiche e concettuali.
Ma c’è di più. Tra gli effetti dell’offloading cognitivo c’è anche una forma di dipendenza dall’IA nella fase di elaborazione delle idee. Quando il gruppo che a cui è stato detto di utilizzare strumenti digitali per scrivere è passato alla scrittura autonoma, è stato registrato un aumento dell’attività cerebrale. Che però non è tornata al livello di chi, invece, ha lavorato in autonomia. Al contrario, chi ha usato un chatbot per la prima volta ha registrato un piccolo picco iniziale, seguito però da una perdita di profondità cognitiva.
L’IA è uno strumento potente, che può alleggerire il carico, stimolare nuove idee e farci risparmiare tempo. Ma non può — e non deve — diventare un sostituto del nostro pensiero. Soprattutto nei contesti educativi, è fondamentale restare vigili su ciò che accade nella mente mentre impariamo, scriviamo, costruiamo un pensiero.
La domanda, allora, è semplice ma urgente: come possiamo abitare la scuola e l’università restando presenti nel processo, senza lasciare che a pensare al posto nostro siano le macchine? Ecco, questo è proprio una di quelle domande a cui proveremo a dare risposta il 18 ottobre, a Parole A Scuola.
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