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lunedì 4 novembre 2024

Chi sono gli hikikomori?


Chi sono gli hikikomori?

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"Hikikomori" è un termine giapponese che significa letteralmente "stare in disparte" e viene utilizzato per riferirsi a chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi fino a diversi anni), rinchiudendosi nella propria camera da letto, senza aver nessun tipo di contatto diretto con il mondo esterno.

È un fenomeno che riguarda principalmente giovani tra i 14 e i 30 anni e di sesso maschile, anche se il numero delle ragazze isolate è in forte crescita.

Al momento in Giappone ci sono di oltre 500.000 casi accertati, ma secondo le associazioni che se ne occupano il numero potrebbe arrivare addirittura a un milione (l'1% dell'intera popolazione nipponica). È evidente che si tratti di un fenomeno incredibilmente vasto, di cui ben pochi hanno mai sentito parlare, soprattutto al di fuori del Giappone. 

Anche in Italia l'attenzione nei confronti del fenomeno sta aumentando. L'hikikomori, infatti, sembra non essere una sindrome culturale esclusivamente giapponese, come si riteneva all'inizio, ma un disagio sociale che riguarda tutti i paesi economicamente sviluppati del mondo. Noi riteniamo che nel nostro paese ci siano almeno 100 mila casi.


Le cause possono essere diverse:

• caratteriali: gli hikikomori sono ragazzi spesso intelligenti, ma anche particolarmente introversi e sensibili. Questo temperamento contribuisce alla loro difficoltà nell'instaurare relazioni soddisfacenti e durature, così come nell'affrontare con efficacia le inevitabili difficoltà e delusioni che la vita riserva;

• familiari: l'assenza emotiva del padre e l'eccessivo attaccamento con la madre sono indicate come possibili cause, soprattutto nell'esperienza giapponese. I genitori faticano a relazionarsi con il figlio, il quale spesso rifiuta qualsiasi tipo di aiuto;

• scolastiche: il rifiuto della scuola è uno dei primi campanelli d'allarme dell'hikikomori. L'ambiente scolastico viene vissuto in modo particolarmente negativo. Molte volte dietro l'isolamento si nasconde una storia di bullismo;

• sociali: gli hikikomori hanno una visione molto negativa della società e soffrono particolarmente le pressioni di realizzazione sociale dalle quali cercano in tutti i modi di fuggire. 



Tutto questo porta a una crescente difficoltà e demotivazione del ragazzo nel confrontarsi con la vita sociale, fino a un vero e proprio rifiuto della stessa.

Anche la dipendenza da internet viene spesso indicata come una delle principali responsabili dell'esplosione del fenomeno, ma non è così: essa rappresenta una conseguenza dell'isolamento, non una causa.

Hikikomori: la perdita di senso che conduce all'apatia 

Cosa spinge un hikikomori a isolarsi? Abbiamo detto che la causa primaria va ricercata nella crescente competitività sociale e nella pressione di realizzazione personale, divenuta oggi talmente forte da spingere molti giovani a preferire la strada del ritiro pur di sottrarvisi. Eppure non tutti diventano hikikomori. C'è chi in un contesto di questo tipo riesce ad adattarsi, reggendo la pressione e trovando il proprio equilibrio. C'è chi sviluppa problematiche completamente dissimili, o ancora, chi stringe i denti e va avanti, nonostante tutto.

 A cosa sono dovute tali differenze?

La perdita di senso

Ogni nostra azione, anche la più semplice, ha uno scopo e una motivazione che la sorregge. Se ci alziamo la mattina e andiamo a scuola o al lavoro, persino quando non abbiamo nessuna voglia, significa che esiste una forza che ci spinge a farlo: senso del dovere, desiderio di mantenere un determinato status sociale, paura di essere giudicati come falliti, e mille altri fattori.

Attenzione a non confondere la voglia con la motivazione. Se qualcuno mi puntasse un coltello alla gola intimandomi di consegnargli il portafoglio, io non avrei nessuna voglia di farlo, ma la paura del dolore mi renderebbe altamente motivato ad acconsentire alla richiesta.

Gli hikikomori sono spesso soggetti particolarmente critici, il che significa che faticano ad accettare a priori le cose e tendono costantemente a metterle in discussione. Provando malessere nel contesto sociale, arrivano a mettere in discussione anche la necessità di farne parte, sperimentando di conseguenza una forte perdita di motivazione in tal senso.

Dall'apatia alla depressione

Dunque, il malessere, unito allo spirito critico, portano a mettere in discussione i dogmi sociali che guidano determinate azioni, le quali appariranno di conseguenza prive di senso poiché ci si renderà conto di non avere un reale interesse intrinseco nel perseguirle, ma piuttosto di essere motivati dalla paura di deludere le aspettative altrui. 

Da questa prospettiva, la scelta del ritiro di un hikikomori potrebbe essere interpretata come la volontà di sperimentare una strada alternativa, non più vissuta come frutto di un volere superiore, ma al contrario, una strada socialmente osteggiata. Una sorta di ribellione, non dettata solamente dalla paura del confronto sociale, ma con alla base una forte componente razionale e motivazionale.

Attenzione, il fatto che l'isolamento di un hikikomori possa essere interpretato come una scelta conscia, non significa che non sia guidata da un forte malessere. Se la maggior parte di loro arriva anche ad abbandonare la scuola, nonostante siano cresciuti, come tutti noi, con il dogma sociale che vuole lo studio come un aspetto sacro e irrinunciabile della vita, non lo fanno certo a cuor leggero.

Inutile dire che l'isolamento, ovvero la soluzione sperimentata per porre rimedio al proprio disagio sociale, finisce sempre per rivelarsi una strada fallimentare, e passa dall'essere vissuto come una scelta consapevole, al diventare una trappola da cui poi non si è più in grado di uscire.

Quando la motivazione che porta all'isolamento smette di apparire come un'alternativa valida, è probabile che sopraggiunga l'apatia, ovvero una forte carenza motivazionale generalizzata, la quale, a sua volta, rischia di sfociare in una vera e propria depressione, patologia che include la componente apatica, ma alla quale si sommano altre problematiche, soprattutto legate all'ansia e all'abbassamento del tono dell'umore.

Conclusioni

L'hikikomori non è solo una fuga, non è solo paura dell'altro. Dietro esso si cela un vuoto motivazionale, una perdita di senso che sembra riguardare in modo trasversale soprattutto le nuove generazioni. La forte pressione sociale spingerebbe i soggetti più fragili, introspettivi e critici a mettere in discussione la propria permanenza nella società.

Il modo migliore per aiutare un hikikomori è allora supportarlo nella sua ricerca del senso. Ciò che spesso sembra mancare in loro è proprio uno scopo che sia in grado di conferire significato alle azioni e all'esistenza stessa, riaccendendo la volontà di confrontarsi con le sfide sociali.

In un'ottica preventiva, l'obiettivo comune, in particolare della scuola e della famiglia, dev'essere quello di alimentare le loro passioni e i loro talenti, e non sopprimerli sull'altare della standardizzazione, o peggio, castrarli poiché diversi da quelle che sono le nostre aspettative su di loro.

Come si aiuta chi non vuole essere aiutato? 

Molti hikikomori ritengono di non avere alcun problema e ripetono di voler essere lasciati in pace. Questo atteggiamento di rifiuto porta inevitabilmente a continui conflitti con i genitori che, invece, vorrebbero vedere il figlio condurre una vita diversa, una vita "come quella dei coetanei".

I genitori più determinati, dopo lunghe battaglie, riescono a convincere i figli a recarsi da uno psicologo, ma i percorsi psicoterapeutici possono rivelarsi inconcludenti quando non vi è una reale motivazione intrinseca da parte degli hikikomori a cambiare il proprio stato. Spesso, chi accetta di essere seguito da un professionista lo fa solamente per "fare contenti gli altri" e per far cessare le pressioni dei famigliari.

"Io sto bene, perché volete costringermi a fare una vita diversa?"

Questa è una delle principali obiezioni che potrebbe avanzare un hikikomori. E non è necessariamente una bugia. In quel momento potrebbe davvero sentirsi bene e desiderare fortemente proseguire il proprio stile di vita, ma questo significa che un genitore dovrebbe rinunciare ad aiutarlo? No.

Il punto principale è che gli hikikomori spesso sottostimano gravemente l'impatto che la propria scelta avrà sul loro benessere futuro. Lo sottostimano o, semplicemente, evitano di pensarci, non gli importa. Fuori sto male, dentro sto meglio. Da un certo punto di vista è un ragionamento logico, lineare, sensato. Il trionfo del "qui e ora".

Ma il diritto che ognuno ha di vivere la propria vita come meglio crede cessa nel momento in cui la propria scelta grava sulle spalle di altri.

È possibile aiutare qualcuno che non vuole essere aiutato?

Tornando alla nostra domanda, la risposta è "sì". Non solo è possibile, ma è anche un dovere farlo. L'importante, però, è che si tengano sempre in mente questi tre punti, a mio parere fondamentali:

• non lo sto facendo per me: quando vogliamo a tutti i costi aiutare una persona dobbiamo sempre ricordarci che lo stiamo facendo per il suo bene, non per il nostro. Quindi l'obiettivo non deve essere quello di spingere nostro figlio a vivere la vita che noi riteniamo essere più giusta per lui, ma semplicemente aiutarlo a trovare la sua strada, la vita che speriamo possa renderlo più sereno (anche se non corrisponde al nostro modello di vita ideale);

• posso aiutarlo fino a un certo punto: l'impatto che le nostre parole e le nostre azioni possono avere sulla vita di un'altra persona non può mai superare determinati limiti. È doveroso provare ad aiutare una persona che riteniamo essere in pericolo, ma allo stesso tempo, non possiamo agire per conto di quella persona e la nostra responsabilità sulle sue scelte è, giustamente, ridotta. Ognuno è padrone della propria vita, anche nostro figlio.

• devo continuare a vivere la mia vita: quando si ha un figlio in difficoltà si farebbe di tutto pur di aiutarlo, anche sacrificare il proprio benessere personale. Eppure, un atteggiamento di abnegazione rischia di provocare l'effetto opposto in un hikikomori, il quale, sentendo su di sé maggiore pressione da parte dei genitori, potrebbe reagire isolandosi ancor più gravemente. Per questo motivo bisogna sforzarsi di continuare a condurre una vita normale senza farsi prendere dalla frenesia e dal panico. La parola d'ordine è sempre "pazienza".

Hikikomori e depressione esistenziale: riflessione sui possibili legami 

Ho ribadito più volte che l'isolamento di un hikikomori non è semplicemente la conseguenza di uno stato depressivo, perché se così fosse, non avrebbe senso utilizzare un nuovo termine per una patologia (perché la depressione è una patologia, a differenza dell'hikikomori) che è ampiamente conosciuta già da diverso tempo.

L'hikikomori è una pulsione all'isolamento sociale che può avere numerose concause (familiari, sociali, scolastiche, ecc.), ma che origina sostanzialmente da una propria valutazione personale della realtà e dell'ambiente circostante: l'hikikomori è un rifiuto cosciente di far parte della società.

Fatta questa premessa, è possibile ipotizzare che l'isolamento di un hikikomori sia, almeno in parte, il risultato di una "depressione esistenziale", che il prof. Lodovico Berra, psichiatra e psicoterapeuta, definisce come:

"[...] una modalità depressiva non patologica, priva di cause organiche ed indipendente da particolari dinamiche psicologiche, che deriva da una particolare presa di coscienza della nostra realtà esistenziale.

[...] la conseguenza della messa in discussione dei significati che dovrebbero caratterizzare l' esistenza, ed il suo conseguente svuotamento e annullamento. Il tono dell’umore che si osserva nella depressione esistenziale è esito di riflessioni intellettuali sull’esistenza, e non derivante da eventi o conflitti intrapsichici, come per esempio accade nella depressione nevrotica o psicogena." (Oltre il senso della vita. Depressione ed esistenza - Apogeo)

L'ipotesi di un collegamento tra l'hikikomori e la depressione esistenziale è dunque plausibile, se consideriamo anche il fatto che gli hikikokomi sono spesso ragazzi e ragazze particolarmente introspettivi e con una spiccata sensibilità nei confronti della vita.

La Teoria di Dabrowski: depressione esistenziale come opportunità di crescita

Lo psicologo James Webb, in una sua ricerca, afferma questo:

[...] le persone più brillanti sono in grado di concepire come le cose potrebbero essere, tendono a essere idealiste. Tuttavia, allo stesso tempo, si rendono conto di come la realtà non rispecchi i propri ideali. Sfortunatamente, riconoscono anche che la propria capacità di provocare cambiamenti sul mondo è molto limitata. [...] provano delusione e frustrazione per questo. Notano disonestà, finzione, assurdità e ipocrisia nella società e nei comportamenti delle persone che li circondano. Sfidano e mettono in discussione le tradizioni, soprattutto quelle che sembrano loro inutili o ingiuste."

Webb, nelle sue riflessioni, cita anche Kazimierz Dabrowski, uno psicologo e psichiatra polacco, autore di un'elaborata teoria di crescita personale, che cercherò di semplificarvi il più possibile.


Dabrowski credeva che alla base dello sviluppo e della crescita personale vi fosse un processo chiamato "disintegrazione positiva", che porta l'individuo a mettere in discussione i propri istinti e le convenzioni sociali. Lo psicologo polacco riteneva che questo processo fosse sempre preceduto da una fase di depressione esistenziale, che egli aveva notato essere più comune in persone particolarmente sensibili ed emozionali.

Questa fase di "disintegrazione" sarebbe uno step necessario affinché l'individuo si rigeneri a un maggiore livello di accettazione e consapevolezza, determinando, appunto, una crescita personale.

Tuttavia, questo passaggio non sempre avviene. Decisivo è quello che Dabrowski definiva il "terzo fattore", ovvero una forza intrinseca, che spinge le persone a trovare la determinazione per controllare comportamenti e istinti, riuscendo a vivere pienamente in armonia con i propri valori personali.

È possibile, dunque, che alcune persone falliscano in questa fase di ricostruzione e rimangano invischiate in un limbo, non essendo state in grado di rigenerarsi a un nuovo livello.

Potrebbe essere questo il caso degli hikikomori?

Conclusioni

La Teoria di Dabrowski non è facile da sintetizzare ed è molto più complessa di quanto descritto in questo articolo, ma ho voluto proporvela come spunto di riflessione.

Ci troviamo in un periodo storico nel quale la depressione esistenziale è favorita da numerosi fattori, come, ad esempio, dal crollo dei dogmi religiosi, oppure da una concorrenza sociale e da una corsa al successo personale sempre più sfrenata e ingiustificata.

In altre parole, il contesto socio-culturale di oggi potrebbe portare i giovani più sensibili e riflessivi a interrogarsi a fondo sul significato dell'esistenza, arrivando contestualmente a mettere in discussione anche il modello di vita contemporaneo. Alcuni di loro potrebbero sperimentare una perdita di senso, non trovando motivazioni nel perseguire gli obiettivi "materiali" tipici della società moderna, sfociando così in un tunnel di confusione, apatia e demotivazione, che a sua volta li condurrà, in alcuni casi, alla scelta dell'isolamento.

Al momento queste sono solamente delle riflessioni personali, ma è soltanto continuando a scavare in quello che è il mondo interiore degli hikikomori e nella loro interpretazione dell'esistenza, che riusciremo a comprendere davvero questo fenomeno.



Come approcciare un hikikomori: buone prassi e comportamenti da evitare 

Avere a che fare con un hikikomori rappresenta una compito delicato per chiunque, si tratti di un genitore, di un insegnante, di un amico o di uno psicologo, dal momento che ci si trova a doversi relazionare con persone profondamente negative, sfiduciate e disilluse nei confronti dei rapporti interpersonali.

Per non essere respinti bisogna cercare di aggirare le barriere che hanno eretto nei confronti del mondo sociale, evitando qualsiasi tipo di forzatura o atteggiamento supponente, ma ponendosi come degli interlocutori umili, empatici e non giudicanti.

In questo post ho voluto provare a riassumere i comportamenti che, sulla base della mia esperienza, si sono rivelati propedeutici a raggiungere dei risultati positivi e quelli che, al contrario, tendono a generare nell'hikikomori ulteriore chiusura e possono, talvolta, aggravarne la condizione di isolamento.

Comportamenti consigliati

1. Riconoscerne la sofferenza

Anche se la scelta di un hikikomori può sembrare assurda e incomprensibile, è necessario abbattere le proprie barriere mentali e sforzarsi di comprendere realmente il profondo disagio sociale ed esistenziale che egli sperimenta, senza banalizzarlo o sminuirlo in nessun modo.

2. Allentare la pressione di realizzazione sociale

L'hikikomori si isola per fuggire dalla competizione sociale e ricerca nella propria abitazione un luogo sicuro dove non essere osservato e, dunque, giudicato. È importante quindi assumere nei suoi confronti un atteggiamento che non venga percepito come un'ulteriore fonte di pressione da cui allontanarsi.

3. Cercare il confronto

Allentare la pressione non significa evitare a tutti i costi il conflitto, che anzi, se gestito correttamente, può rivelarsi uno strumento importante per sbloccare situazioni anche complesse. Il fine ultimo di tale conflitto, però, dovrà sempre essere quello di stimolare un dialogo e una riflessione critica sul problema, non di manipolare le sue intenzioni.

4. Interpretare il problema a livello sistemico

Pensare che l'hikikomori sia un problema che riguarda solamente il singolo individuo è scorretto. Bisogna invece riuscire a osservarlo in un'ottica sistemica, andando ad agire su tutti quei fattori, sociali, scolastici o famigliari, che possono avere un impatto sulla condizione di isolamento. Non a caso le azioni di supporto della nostra associazione partono sempre dai genitori.


5. Responsabilizzarlo

Soprattutto nel caso degli hikikomori adulti, è importante che si sentano trattati alla pari e non con un atteggiamento di superiorità, oppure come degli eterni bambini che necessitano di essere costantemente educati. Fondamentale, in questo senso, concedere loro gli spazi, l'intimità e l'autonomia decisionale di cui necessitano, ma, allo stesso tempo, responsabilizzarli circa l'effetto che i loro comportamenti hanno sulle persone che li circondano e non essere pronti a soddisfare ogni loro necessità.

6. Essere trasparenti

Capita spesso che i genitori si muovano all'insaputa del figlio con l'intento di aiutarlo, ma questo contribuisce a generare un rapporto di sfiducia e sospetto. È allora importante che qualsiasi azione intrapresa nei suoi confronti sia condivisa e, se possibile, concordata.

7. Spezzarne la routine

Dal momento che gli hikikomori tendono a sviluppare una routine rigida e solitaria, è importante provare in tutti i modi a coinvolgerli in attività che li aiutino a evadere dai propri schemi e creino una discontinuità rispetto al proprio isolamento.

8. Focalizzarsi sul benessere

Quando si vuole aiutare un hikikomori, non bisogna mai dimenticarsi che la priorità rimane quella di aiutarlo a stare meglio, non quella di recuperare immediatamente la frequenza scolastica o la carriera sociale interrotta.


Comportamenti da evitare

1. Assumere un atteggiamento iperprotettivo o assistenzialista

Quando un hikikomori inizia a isolarsi, capita spesso che il genitore reagisca istintivamente aumentando il proprio grado di protezione sul figlio. Questo comportamento, tuttavia, rischia di ostacolare la sua crescita psicologica e sociale, impedendogli di sperimentare situazioni di insuccesso e delusione.

2. Intraprendere azioni coercitive

Per quanto possa essere complessa la situazione di un hikikomori, assumere nei suoi confronti un atteggiamento di imposizione non produce quasi mai effetti positivi. L'azione più comune è quella di privarlo forzatamente di internet, scambiandolo per la causa del problema, ma condannandolo, invece, a una condizione di isolamento ancor più netta e pericolosa.



3. Abnegarsi e rinunciare al proprio benessere

Può capire che un genitore arrivi a rinunciare al proprio benessere personale nel tentativo di aiutare in tutti i modi il figlio hikikomori, ottenendo però l'effetto opposto. Tale atteggiamento, infatti, non fa altro che aumentare la pressione e il senso di colpa sperimentato dal ragazzo.

4. Trattarlo come un malato

Quando un hikikomori percepisce che la persona che si propone di aiutarlo lo considera alla stregua di un malato da curare, automaticamente reagirà con orgoglio e tenderà ad allontanare tale persona.

5. Giudicarlo per la propria condizione

Per riuscire a rapportarsi con un hikikomori è necessario sospendere qualsiasi tipo di giudizio sulla sua decisione di isolamento, concentrandosi, invece, sul suo malessere e sulle cause che lo hanno portato a tale scelta.

6. Pressarlo affinché ritorni a scuola o frequenti gli amici

Quando un hikikomori abbandona la scuola o gli amici, un genitore proverà istintivamente a convincere il figlio a tornare sui suoi passi. Questo tipo di atteggiamento solitamente aggrava la situazione e rischia di produrre l'effetto opposto, generando in lui la sensazione di non essere compreso nel proprio malessere.


Conclusioni

In questo articolo ho voluto provare a espormi, riportando dei comportamenti che, osservati in modo ripetuto, hanno spesso prodotto il medesimo effetto.

Ovviamente quanto riportato non dev'essere adottato acriticamente, ma calato sul singolo caso. Ogni hikikomori ha la sua storie e le sue peculiarità, che lo rendono unico e non inquadrabile all'interno di un pacchetto preconfezionato di azioni.

Per questo motivo, invito tutti coloro che si trovassero nella condizione di avere a che fare con un hikikomori, a rivolgersi a un professionista che possa supportarli e guidarli nelle proprie azioni quotidiane. A tal proposito abbiamo recentemente aperto uno sportello gratuito online, che può essere utilizzato proprio in un'ottica di orientamento.


Compito di una Amministrazione comunale è quella di ascoltare e rispondere alle esigenze dei suoi concittadini.


Compito di una Amministrazione comunale è quella di ascoltare e rispondere alle esigenze dei suoi concittadini. 

Una delle richieste più importanti di questi tempi, a cui rispondere, è quella che viene definita dagli esperti del settore come emergenza educativa. 

Il progetto “ Per spiccare il volo “, ciclo di incontri formativi rivolti a genitori, insegnanti e tutte le figure che si relazionano con bambini e adolescenti, segna l’inizio di un percorso che gli assessori al sociale Emanuela Sartori e alla cultura Riccardo Vendramini intendono portare avanti nei prossimi anni.

Relatrice la dottoressa Emanuela Fornasier psicologa e psicoterapeuta dell’età evolutiva del Centro di Psicologia e Psicoterapia “ Punto Tondo” di Conegliano. Un progetto molto articolato e incisivo , arricchito dal supporto dell’Istituto Comprensivo di Gorgo al Monticano di cui fanno parte le scuole primaria e secondaria presenti nel comune di Mansuè. 

A conferma del detto che …“Per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio” sono state coinvolte tutte le associazioni sportive, religiose, culturali, scolastiche e amministrative nonché tutti i genitori del comune.

Gli incontri si sono svolti presso il salone polivalente dell’ASC Pro Loco sufficientemente capiente per contenere le numerose persone intervenute, molte dai paesi vicini. Una prima serata, dedicata specificatamente alle associazioni, ha aperto la strada alle successive tre serate con i genitori, in cui la dottoressa Fornasier ha illustrato il significato di educazione in tutte le sue sfumature e accezioni, dalla responsabilità genitoriale alla gestione degli impegni scolastici, dalla attenzione verso la crescita sociale dei figli, alla attualissimo argomento sull’uso, abuso dei cellulari e di Internet dall’infanzia alla adolescenza. 

La partecipazione è stata numerosa e attenta, molte le domande rivolte alla dottoressa Fornasier che con competenza, concretezza e empatia ha saputo coinvolgere tutti nelle tematiche affrontate.

A conclusione di questa prima parte del progetto è stato programmato anche un collegio tematico presieduto dalla dottoressa Fornasier,  con tutti i docenti dell’Istituto Comprensivo di Gorgo al Monticano  che si terrà presso l’aula magna dell’IC di Gorgo, a sottolineare l’attenzione e l’importanza dell’istituzione scolastica nella crescita dei bambini, bambine, ragazzi e ragazze. 

Il progetto “Per spiccare il volo” continuerà nei prossimi mesi con interventi specifici nelle scuole,  coinvolgendo studenti e docenti in un percorso formativo che permetterà loro di affrontare la società in cui viviamo con gli strumenti più adeguati.


 

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lunedì 20 novembre 2023

"La Premier degli Anelli": il monologo di Andrea Pennacchi




https://www.la7.it/propagandalive/video/la-premier-degli-anelli-il-monologo-di-andrea-pennacchi-03-11-2023-511834 

Il finto muro e Fausto Leali: il commento esilarante dell'iniziativa di Fratelli d'Italia




https://www.la7.it/propagandalive/video/il-finto-muro-e-fausto-leali-il-commento-esilarante-delliniziativa-di-fratelli-ditalia-17-11-2023-514313

Chi deve educare all’affettività?





 La vicenda di Giulia è straziante. Il pensiero va a lei e a tutte le donne martoriate e uccise per un insano principio di possesso. 

È necessario che si intensifichi qualsiasi azione educativa che promuova le corrette relazioni affettive, e lo dico in generale, non solo per quanto riguarda il rapporto uomo donna.

Chi deve educare all’affettività? 

Leggo di una proposta estemporanea per introdurre obbligatoriamente nelle scuole l’educazione all’affettività come “materia”. Certo, la scuola deve fare la sua parte, come su tutto. Abbiamo l’educazione civica (33 ore obbligatorie), l’orientamento (30 ore obbligatorie), le discipline di studio e le competenze trasversali, la sicurezza e molto altro. 

Ma siamo davvero sicuri che sia giusto appoggiare il concetto che le famiglie, che dell’educazione affettiva hanno la prima, piena responsabilità, possano delegare anche questo ad altri?

La scuola deve già quotidianamente sostituirsi all’assenza educativa di moltissimi genitori, che non svolgono sufficientemente il loro ruolo. E spesso lo fa senza strumenti e senza competenze specifiche. 

Da tempo si parla di psicologi da assumere stabilmente nelle scuole, ma non è mai stata presa una decisione in tal senso.  

Non si può continuare a scaricare tutto sugli istituti scolastici senza fornire i mezzi adatti.

Laura Biancato dirigente scolastico presso ITET EINAUDI di Bassano

L'educazione inizia in famiglia ("prima formazione sociale" prevista dall' art. 30 della Costituzione) e prosegue in essa.



I politici geniali sanno solo "partire dalla scuola". La scuola, piena di iniziative formative su ogni problematica sociale e relazionale.
Ma la famiglia?
L'educazione inizia in famiglia ("prima formazione sociale" prevista dall' art. 30 della Costituzione) e prosegue in essa.
Con l esempio e il controllo.
Costanti.
Iniziamo dalla famiglia attraverso iniziative specifiche, progetti territoriali che coinvolgano anche la scuola e interessino tutti i cittadini!!
È facile proclamare: aggiungiamo una materia. È sempre stato cosí e la scuola ha fatto.
Ma il successo formativo rispetto a una problematica si deve affrontare in modo INTEGRATO partendo dalla società civile.

I politici, quindi, anziché ingolfare le scuole (che evidentemente conoscono poco) e scrollarsi il problema di dosso, hanno la grossa responsabilità, di partire dal territorio che AMMINISTRANO e progettare interventi/iniziative mirate alle educazioni (civile, ambientale, interculturale, alla salute, affettiva ecc).