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venerdì 1 maggio 2015







"TUTTO QUELLO CHE NON FARO' PIU' DAL PROSSIMO ANNO SCOLASTICO"

Le insegnanti sottolineano quello che non faranno più dal prossimo anno scolastico…


•          Uso del mio tablet, del mio computer, della mia linea adsl – computer, tablet e linea me li deve fornire la scuola

•          Acquisto di app necessarie al mio lavoro, di tasca mia – me le deve comprare lo Stato

•          Portare da casa riduttori e prese triple – non c’è il riduttore? pazienza…. quando lo comprerete userò la LIM

•          Andare in soccorso ai colleghi per far ripartire un PC – lo fa il tecnico informatico Non c’è? Pazienza non so cosa farci.

•          Uso del mio materiale e del mio personale database di materiali digitali – pretendo di trovare tutto ciò che mi serve sul luogo di lavoro, altrimenti, pazienza, programmerò le lezioni con quello che c’è a scuola

•          Telefonate varie da Dirigente, colleghi e genitori fuori dall’orario di lavoro – se avete bisogno, mi contattate a scuola

•          Gite scolastiche, ovviamente e da sempre gratis – non se ne parla proprio

•          Fare la psicologa, l’assistente sociale, la fisioterapista, l’infermiera – mi spiace, ma io faccio didattica, questa è la mia mansione. Le altre le svolga chi di dovere.

•          Partecipare a qualunque riunione in corso d’anno che non sia prevista dal piano delle attività – il contratto parla chiaro: le attività devono essere programmate dal Dirigente PRIMA dell’inizio delle lezioni. Se non sa programmare il problema non è mio.

•          Avallare progetti e progettini vari, in collaborazione con gli Enti del territorio, Comune in primis, a costo zero – vuoi la mia partecipazione? Mi paghi

•          Sbrigare pratiche amministrative varie per gli alunni – non fa parte delle mie mansioni, le faccia chi di dovere.

•          Procurare libri e quant’altro per alunni in difficoltà – lo facciano le assistenti sociali.

•          Fingere interesse per proposte e progetti di una noia mortale proposti da Enti esterni alla scuola, con la pretesa di venirci a suggerire “come insegnare” (i famosissimi “orto e cucina”, ad esempio, propagandati come progetti altamente qualificanti) – non mi interessa, potete avere la mia presenza fisica, se devo, non la mia partecipazione mentale. Vedete di alzare il tiro, piuttosto, che siete noiosi e ripetitivi.

•          Andare al lavoro con due linee di febbre, emicrania, malesseri vari, “per non mettere in difficoltà la scuola” – scordatevi anche questo

•          Chiedere a mio marito di stare lui a casa dal lavoro quando mio figlio è malato – sto a casa io, perché è un mio diritto.

•          Fare foto, documentazione e quant’altro con i miei mezzi – vuoi le foto? Mi procuri una fotocamera digitale e, soprattutto, mi paghi il tempo che impiego sia a fare le foto che a scaricarle e ordinarle

•          Pagarmi la formazione, di qualunque tipo – me la paga la scuola, altrimenti arrivederci e grazie.

•          Sopportare, da fine maggio in poi, 30-35° senza condizionatore, e nemmeno un ventilatore a soffitto – o mi crei condizioni di lavoro umane, o io incrocio le braccia.

•          Fare a proprie spese le fotocopie per la verifica in classe – se la fotocopiatrice è rotta oppure non c’è carta, non si fa la verifica

•          Stampare con la mia stampante tutto ciò che riguarda avvisi e materiale scolastico – non c’è il toner? Pazienza il materiale non si stampa

•          Correzione delle verifiche di sabato pomeriggio e domenica – le verifiche si correggono A SCUOLA. Ci vogliono tempi troppo lunghi? Pazienza aspetterete

•          Correggere le prove invalsi facendole rientrare come ore di programmazione pur non essendo d’accordo sulla loro validità didattica – pazienza le correggerà il ministro di turno mai stato insegnante

•          Compilare a casa il registro elettronico perché a scuola non c’é connessione e fare l’appello la mattina col tuo smartphone perché il preside vuole controllare gli assenti – Non c’è il Wi-Fi? Non funziona? peccato, l’appello salta.

•          Fermarsi a fine lezione o durante intervallo per spiegare ancora a chi ti fa qualche domanda e farlo volentieri! – fine dell’orario di lavoro? A casa. Subito.


VEDIAMO, POI, COME SARA’ LA QUALITA’ DELLA SCUOLA ….. VOGLIO PROPRIO VEDERE….


OGGI E' UNA GIORNATA IMPORTANTISSIMA !!!


giovedì 9 aprile 2015

E' ARRIVATO  IL GRUPPO FACEBOOK DEL QUARTIERE ARANCIONE ,
LO TROVATE A QUESTO INDIRIZZO

https://www.facebook.com/groups/quartierearancione/

SE SIETE DEL QUARTIERE ARANCIONE O VI SIAMO SIMPATICI SCRIVETECI A QUESTO INDIRIZZO MAIL
PIU' SIAMO MEGLIO E'!!!!

quartierearancione@group.facebook.com

martedì 7 aprile 2015


6 aprile 2009

di Ascanio Celestini | 6 aprile 2015
“Vieni nella periferia de L’Aquila terremotata” mi dice C. e ci vado.
“Di notte ci stanno i lampioni accesi. Ci passi e senti le ante degli armadi che sbattono per il vento”.
Qui siamo lontani da tutto.
Lontani dalle risate dei lombrichi che sghignazzavano per i guadagni che il terremoto gli avrebbe portato.
Lontani dal Caimano che disorientava il mondo portando il G8 tra le macerie e mischiando le casette antisismiche o quasisismiche o pseudosismiche alle passeggiate dei presidenti tra le macerie o centellinando dentiere alle vecchie attendate nel grande esperimento di gestione antropologico di una comunità di spaesati.
Lontani dalle celebrazioni sincere e commosse, ma anche da quelle piene di fiori finti e aggettivi pomposi.
La periferia che crolla sarà, prima o poi, rasa al suolo. Le case diventeranno terra battuta per altri cantieri futuri. Le finestre che sbattono col suono dell’alluminio anodizzato degli anni ottanta scompariranno come l’alabarda spaziale di Goldrake dalle televisioni satellitari del nuovo millennio.
Ma l’anziano seduto sulla panchina davanti al duomo che ho incontrato l’altra mattina non si muove. Mi guarda e comincia a parlare come se ci conoscessimo.
Come un invasore straniero e malvagio l’Alzheimer non gli ricorda di preciso dove stava di casa prima che la palazzina gonfiasse le mura e il pavimento saltellò per il sisma ad un’ora cruda di notte.
Sorride. Mi dice “mio padre era della Brigata Maiella, la conosce? So’ partigiani che stavano contro tutti e combattevano solo per cacciare fascisti e tedeschi. Mica hanno giurato al re che dopo esse’ stato culo e camicia co’ fascisti e nazisti, ha detto arrivederci e se n’è scappato… Proprio in Abruzzo è venuto per salvarsi alla faccia del popolo che invece mica ce l’aveva la macchina veloce pe’ scappà via e salvà le chiappe. La conosce la Brigata Maiella? So’ stati millecinquecento eroi. Dopo avé liberato l’Abruzzo insieme agli alleati se ne so’ andati a combatte’ al nord. E non è mica per caso che gli hanno dato la medaglia. L’unica ad una brigata partigiana”.
Poi se ne va perché la posta chiude e deve andarsi a prendere la pensione minima. Se ne va coi suoi capelli tinti-in-casa e la voce scartavetrata dalle sigarette.
Lo guardo svicolare l’angolo e non sono sicuro che ci abbia un impegno burocratico. I nodi veri stanno quasi tutti nel cervello e lui ce ne ha uno che non è né quello gordiano, né quello più borghese che intreccia la cravatta.
Stiamo accanto al Duomo tutto incartato per i lavori di restauro. Tra scandali e prese in giro un bel po’ di cantieri sono partiti. Il centro è da salvare. La periferia no. Ma forse è giusto così.
A pranzo la piazza si riempie di muratori. Quello che mi ha portato in periferia a vedere quel pezzo di città destinata a scomparire, ovvero l’amico C., mi dice che se mi servono immagini dei primi giorni dopo la scossa forte, lui non ce l’ha. “So’ venuto per fare le riprese, ma non ce la facevo a resistere in mezzo alle macerie e alle urla”. Pure la compagna che è giornalista mi dice “al centro ci vengo oggi perché ci state voi, sennò io non ci vengo mai. La città non la riconosco. Mi fa troppo male vederla così, né viva abbastanza né morta definitivamente”.
Poi la giornata continua con gli impegni di lavoro. Nel ventricolo del cuore dell’Abruzzo ci sto per riprendere gli ultimi pezzetti di un film che ho girato in un’altra periferia, il Quadraro di Roma, che però non è tanto differente dalle periferie che stanno sparpagliate in collo ai perimetri di tutte le altre città del mondo.
Poi la sera vado a trovare un po’ di compagni (una volta si diceva così) in un posto che si chiama Piazza d’Arti. Subito dopo le scosse si sono mossi con un bus per portare libri tra gli sfollati. Poi hanno conquistati uno spazio dove fare teatro e anche mostre di arte contemporanea. Perché nell’emergenza abbiamo bisogno di libri e teatro, di musica e arte astratta. Le istituzioni che dicono “la cultura non si mangia” dovrebbero ricordarsi che “non viviamo di solo pane”. Che non siamo piccioni da ingrassare, ma gente che può restare senza pagnotta da infilare nella fucina dello stomaco, ma non senza i bagliori nel tempio del cervello.
Vado a dormire con un groviglio in testa. Un groviglio di macerie e cantieri, di vecchi partigiani e nuovi compagni.

E mi ricordo di un’intervista che ho fatto più di dieci anni fa. Bianca Guidetti Serra mi parlava del partigiano Emanuele Artom. In tempo di guerra le aveva chiesto dei libri e lei s’era stupita che in montagna avesse bisogno di quelli e non di armi e cibo. Ma lui le aveva spiegato che il fascismo non si combatteva solo col pane e le bombe, ma soprattutto con la cultura. Quella che non si mangia, ma che si respira. Con lo stomaco vuoto possiamo starci per giorni, ma senz’aria basta un attimo per crepare.